"Il governo lasci entrare l'Onu in Tibet"

Dodici idee sulla situazione in Tibet Al momento, la propaganda che i media ufficiali cinesi stanno diffondendo, senza lasciare spazio a niente altro, sta facendo avvampare sempre più le fiamme dell’odio interetnico e aggravando una situazione già molto tesa. Questo ha effetti estremamente deleteri per la salvaguardia a lungo termine dell’unità nazionale, e noi sottoscritti lanciamo un appello affinché questo tipo di propaganda cessi.
24 MAR 08
Ultimo aggiornamento: 04:33 | 8 AGO 20
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Dodici idee sulla situazione in Tibet
Al momento, la propaganda che i media ufficiali cinesi stanno diffondendo, senza lasciare spazio a niente altro, sta facendo avvampare sempre più le fiamme dell’odio interetnico e aggravando una situazione già molto tesa. Questo ha effetti estremamente deleteri per la salvaguardia a lungo termine dell’unità nazionale, e noi sottoscritti lanciamo un appello affinché questo tipo di propaganda cessi. Appoggiamo l’appello alla pace del Dalai Lama, e speriamo che il conflitto interetnico possa essere affrontato seguendo i principi della pace e della non violenza. Condanniamo ogni tipo di azione violenta contro cittadini innocenti, e chiediamo con urgenza al governo cinese di sospendere la violenta repressione in Tibet e lanciamo un appello anche al popolo tibetano perché non si lasci andare ad azioni violente. Il governo cinese ha affermato che “vi sono chiare prove che quest’incidente è stato organizzato, complottato e meticolosamente portato avanti dalla cricca del Dalai Lama”. Speriamo che il governo possa mostrare prove di quest’affermazione, e, per modificare l’atteggiamento di sfiducia e la visione negativa degli attuali incidenti che vi è nella Comunità internazionale, suggeriamo al governo cinese di invitare in Tibet la Commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite, affinché possa portare avanti un’inchiesta indipendente delle prove menzionate dal governo, del modo in cui gli incidenti si sono svolti, del numero dei morti e feriti, eccetera. Nella nostra opinione, il linguaggio da Rivoluzione Culturale del tipo “il Dalai Lama è un lupo travestito da monaco buddista, e uno spirito maligno con volto umano e cuore di bestia”, utilizzato dalle autorità del Partito comunista cinese nella Regione Autonoma del Tibet non è di nessun aiuto nel risolvere la situazione, e non è nemmeno d’aiuto all’immagine del governo cinese. Dal momento che il governo cinese è intenzionato ad integrarsi alla Comunità internazionale, siamo dell’opinione che dovrebbe dunque cercare di mostrare uno stile di governo che si conformi agli standard della civiltà moderna. Notiamo che il giorno stesso in cui le violenze sono scoppiate a Lhasa (il 14 marzo), le autorità della Regione Autonoma del Tibet hanno dichiarato che “ci sono chiare prove che mostrano che quest’incidente è stato organizzato, complottato e meticolosamente portato avanti dalla cricca del Dalai Lama”. Questo mostrerebbe che le autorità del Tibet sapevano con anticipo che ci sarebbero stati disordini violenti, e non hanno fatto nulla per prevenirlo. Se vi sono state inadempienze da parte delle autorità, è necessario portare avanti una severa inchiesta, in modo che i responsabili possano essere puniti di conseguenza. Ma se non può essere provato che questi incidenti siano stati “organizzati, premeditati e meticolosamente portati avanti”, ma che si tratta invece di una “rivolta popolare” causata dall’evolversi degli eventi, le autorità dovrebbero lanciare un’inchiesta per determinare chi sia responsabile nell’aver incitato la popolazione alla rivolta e per aver diffuso informazioni false volte a ingannare il governo centrale ed il popolo, e dovrebbero anche riflettere con attenzione su che cosa si possa apprendere da quest’evento in modo da non intraprendere nel futuro lo stesso tipo di azioni. Chiediamo con la massima forza al governo cinese di non sottomettere ora ogni tibetano all’inquisizione e vendetta politica. I processi delle persone che sono state arrestate devono essere portati avanti seguendo procedure giudiziarie aperte, giuste e trasparenti, in modo da assicurarsi un risultato giusto ed imparziale. Richiediamo che il governo cinese autorizzi i media nazionali e internazionali a recarsi liberamente in Tibet in modo da poter portare avanti in modo indipendente interviste e inchieste per poter informare il pubblico. Siamo dell’opinione che l’attuale blocco dell’informazione non può servire a far acquistare credibilità alla popolazione cinese e con la comunità internazionale, e che sia dannoso per la credibilità del governo cinese. Se il governo ha davvero una buona comprensione della situazione, non può aver timore della presenza dei giornalisti. Solo adottando un atteggiamento di apertura possiamo sperare di modificare la mancanza di fiducia della Comunità internazionale nei confronti del nostro governo. Lanciamo un accorato appello al popolo cinese e al popolo cinese all’estero affinché si mantenga calmo e tollerante, e perché sappia riflettere con profondità su quanto sta avvenendo. Adottare atteggiamenti di aggressivo nazionalismo non può fare altro che suscitare l’antipatia della Comunità internazionale, e danneggiare l’immagine internazionale della Cina. Negli anni Ottanta, gli incidenti in Tibet si erano limitati alla città di Lhasa, mentre in quest’occasione notiamo che si estendono a molte aree tibetane. Questo deteriorarsi delle cose mostra che sbagli severi sono stati fatti rispetto al Tibet. I dipartimenti governativi responsabili devono riflettere coscienziosamente su questa questione, esaminare il loro fallimento, e modificare in modo fondamentale le politiche nei confronti delle minoranze etniche nazionali. Per impedire che simili incidenti possano aver luogo nuovamente in futuro, il governo deve rispettare i principi di libertà religiosa e di libertà di parola esplicitamente garantiti dalla Costituzione cinese, garantendo ai tibetani la piena libertà di esprimere le loro speranze e la loro insoddisfazione, e permettendo ai cittadini di tutte le etnie di criticare e apportare liberamente le loro idee rispetto alle politiche nazionali nei confronti delle minoranze etniche. Siamo dell’opinione che si debba eliminare l’animosità e lavorare per la riconciliazione nazionale, non continuare a rendere più profonda la divisione fra diversi gruppi etnici. Per questo, lanciamo un accorato appello ai leader del nostro paese affinché aprano un dialogo con il Dalai Lama. Ci auguriamo che cinesi e tibetani possano eliminare le incomprensioni che li separano, e sviluppare un tipo di interazione positiva che aiuti a creare maggiore unità. I vari dipartimenti governativi, così come le organizzazioni popolari e i leader religiosi dovrebbero impegnare tutte le loro forze verso quest’obiettivo.
Wang Lixiong (Beijing, scrittore), Liu Xiaobo (Beijing, scrittore
indipendente), Zhang Zuhua (Beijing, studioso costituzionalista), Sha
Yexin (Shanghai, scrittore, appartenente al gruppo etnico Hui,
musulmano), Yu Haocheng (Beijing, giurista), Ding Zilin (Beijing,
professoressa), Jiang Peikun (Beijing, professore), Yu Jie (Beijing,
scrittore), Sun Wenguang (Shangdong, professore), Ran Yunfei
(Sichuan, editore, etnia Tujia), Pu Zhiqiang (Beijing, avvocato),
Teng Biao (Beijing, avvocato e studioso), Liao Yiwu (Sichuan,
scrittore), Wang Qisheng (Beijing, studioso), Zhang Xianling
(Beijing, ingegnere), Xu Jue (Beijing, ricercatore), Li Jun (Gansu,
fotografo), Gao Yu (Beijing, giornalista), Wang Debang (Beijing,
scrittore freelance), Zhao Dagong (Shenzhen, scrittore freelance),
Jiang Danwen (Shanghai, scrittore), Liu Yi (Gansu, pittore), Xu Hui
(Beijing, scrittore), Wang Tiancheng (Beijing, studioso), Wen Kejian
(Hangzhou, freelance), Li Hai (Beijing, scrittore freelance), Tian
Yongde (Mongolia Interna, attivista dei diritti umani delle
minoranze), Zan Aizong (Hangzhou, giornalista), Liu Yiming (Hubei,
scrittore freelance).